Tutti i racconti
20.Mar.25
20.May.25
Quando
20.Mar.25 - 20.May.25
Venue
Via dei prefetti, 17
00186 Roma
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Quando ho proposto a Gianluca Malgeri e Arina Endo di riflettere assieme sui racconti di Primo Levi non sapevo che Gianluca fosse dislessico. La sua dislessia è stata la prima di due epifanie che hanno accompagnato questo progetto e i lavori della collezione che ne sono nati.
Sono molti i DSA, i disturbi specifici dell’apprendimento, e questo in particolare riguarda la lettura. Il loro identificativo come “disturbo”, in realtà, è già un tema non solo diagnostico, ma quasi, oserei dire, filosofico-esistenziale e riguarda qualcosa che è uno dei temi portanti di tutta la produzione letteraria di Primo Levi: la definizione di un canone normativo e della sua applicazione. Chi non apprende secondo i metodi comuni e codificati in passato veniva escluso dalla conoscenza, almeno quella intesa in senso scolastico. Solo di recente gli studi neurologici hanno messo in rilievo le capacità compensative che possono attuare tutti coloro che escono da una “normodotazione”, aprendo così all’infinita varietà di colori e risorse che il cervello umano può escogitare per apprendere. In tutta l’opera letteraria di Primo Levi la tensione tra una norma livellante e tragicamente escludente e il riconoscimento di varianti libere e inclusive è centrale. Nei romanzi, la parte più nota della sua produzione, questo è in diretto contatto con l’esperienza di testimone sopravvissuto all’olocausto. Nei racconti - che in parte precedono e in altre seguono i romanzi -, il tema è intessuto con una più spiccata leggerezza e ironia. In particolare, nelle Storie Naturali, pubblicate con lo pseudonimo di Damiano Malabaila nel 1966 (ma scritte in gran parte in precedenza), viene inscenato un racconto per episodi dove il dottor Simpson, uno scienziato impiegato nella tecnologica azienda NATCA, mostra a potenziali compratori il risultato di anni di ricerca confluiti in macchinari a dir poco avveniristici. Altre volte le macchine fantastiche vengono descritte da uno scienziato-inventore a uno fruitore, come nel caso dei Mnemagoghi, dispositivi in grado di evocare ricordi attraverso gli odori, lavorando sull’olfatto, il senso più potente nell’entrare in contatto con la parte di corteccia cerebrale che governa la memoria, rimarcando di essa l’importanza e la labilità al tempo stesso. Ma anche il Calometro, un vero misuratore di bellezza che può essere settato su parametri presi dalle fattezze dei divi del cinema. Si parla anche di ibernazione, ne La bella addormentata nel frigo, storia di una giovane di 163 anni, di cui solo 23 vissuti realmente, quelli dei giorni di compleanno in cui viene scongelata dal suo scienziato-demiurgo.
Sono racconti che scorrono via con leggerezza, con il sorriso che increspa leggermente le labbra. Eppure, sono potentissimi. La loro forza più evidente è la lungimiranza: Levi stesso ammonisce sul fatto che “queste storie sono più possibili di tante altre”. E, infatti, qui siamo oggi, tra calometri che si chiamano filtri e bisturi, promesse di ibernazione e realtà di invecchiamento da fuggire o ritardare il più possibile; ma anche memorie corte, troppo corte.
Malgeri Endo si sono appassionati proprio a questo aspetto della poetica di Levi, al suo costante porci di fronte a una norma che può divenire prigione. Soprattutto quando questa venga portata al corpo, alla fisicità, alla condizione di un cervello che apprende e ricorda o alla dimensione di un corpo nelle sue diverse forme. Stabilire un modello assoluto, un canone, è aspirazione a un ordine troppo pericoloso per non essere mostrato nei suoi possibili effetti deleteri.
Gli artisti creano quindi oggetti che hanno la conformazione dei vasi, ma anche la variazione delle forme; li mostrano in una possibile tassonomia, ricordando la Tavola periodica degli elementi, lo strumento del chimico-Levi, quello dello scienziato che ordina per capire, non per coercizzare. Osservare non è necessariamente sorvegliare; e ordinare non è punire. Anche il grande corpo-vaso può divenire un invito a porsi in un habitus, a riflettere su impalcature e strutture che ci ibernano in una forma precostituita, voluta da una società omologante, che presume di sapere e impartire quale sia la normodotazione.
Ma il racconto più agghiacciante e ispirante è forse quello dell’Angelica farfalla, un bruco che non diventa mai farfalla, perché si riproduce e muore prima di una possibile metamorfosi. “A cosa serve diventare “insetto perfetto”? Si può farne anche a meno”, è l’ipotesi suggerita dallo scrittore. Ma poi il racconto prende una piega distopica, la figura dello scienziato che cerca di mutare gli uomini in angeli e che trova solo orrore e mostruosità è emblema di una trasformazione che non può e non deve mai sconfinare nella manipolazione. Malgeri ed Endo hanno costruito con le loro mani esoscheletri e strutture, piegato, saldato, forzato la fisica del metallo, anche oltre la sua naturale malleabilità. Il grande insetto nel quale il visitatore è invitato a calarsi è un gesto di umiltà, un atto di inclusione e comprensione: siamo tutti esseri molli sostenuti da parti rigide, alla disperata ricerca di una trasformazione migliorativa.
E qui arriva la seconda epifania: Arina e Gianluca mi hanno fatto scoprire un lato a me sconosciuto del lavoro di Primo Levi, le sue sculture, rese pubbliche solo nel 2019 e realizzate in filo di rame. Sì, lo stesso filo di rame che gli artisti hanno scelto come materiale dei loro lavori da anni, quello delle macchine e dei playground sui quali ci eravamo incontrati la prima volta. Levi piegava i fili smaltati scartati dal suo lavoro scientifico, seguendo una prassi che prima era stata di suo padre. Arcuare, flettere, formare sono trasformazioni, sono metamorfosi degli elementi, chimica delle morfologie. Lo scienziato di laboratorio pensa, elabora, ma non tocca. L’uomo trova nella tattilità un senso, non altrimenti raggiungibile. L’artista trasforma.
Le opere di Malgeri Endo portano il segno del gesto che trova il senso, ma anche il pensiero di una forma che, se aperta e fisica, non sarà mai una gabbia. La storia non è mai una, è sempre un racconto collettivo e sarebbe un bene ricordarlo, soprattutto adesso.
Noi siamo “tutti i racconti”.
[Dal testo di Domitilla Dardi]
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